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SIGISMONDO DOMENICO SCIORTINO / The Boys. Di Butcher e della rivoluzione

The Boys finisce da dove era iniziato. Hughie Campbell è in piedi sul marciapiede di fronte al negozio di audiovisivi dove lavorava come commesso qualche anno prima, e che ora ha deciso di prendere in gestione. Proprio lì aveva visto Robin, la sua fidanzata  morire, ammazzata involontariamente da un supereroe. Non ha il volto spaventato e disgustato di allora, ma sorride, guardando in cielo la sua attuale fidanzata, Starlight, una supereroina, che porta in grembo la loro bimba. Si chiamerà Robin.

Qualche giorno prima, Billy Butcher, il fondatore del gruppo di resistenza che per anni aveva combattuto contro i supereroi e la corporation che li controllava, viene ucciso da Hughie. Non da un supereroe. Non da Patriota. Da Hughie, l’ex commesso del negozio di audiovisivi. Al suo funerale, Hughie lo definisce un eroe. Un eroe al quale ha appena sparato.
Si ritorna a quel negozio. La fine è figurata, è un ritorno a un inizio solo apparentemente pacifico, ma caotico, tremendo, una tabula rasa di anni di lotta, di sacrifici, di sangue. Il sistema sociale umano, almeno sembra questo il messaggio della serie, è in grado di riassimilare tutto senza lasciare croste e cicatrici, in un infinito ritorno al presente, senza spunto, autotrofo e lasco. Non c’è altra, o migliore speranza, di tornare da dove siamo partiti. 

È Marcuse che sessant’anni fa si rese conto di come l’opposizione sia ormai parte innocua del sistema, la liberazione è uno sguardo sfuocato fuori, un’alternativa che vediamo troppo poco nitida per desiderarla, ma abbastanza bene da farci sentire autonomi e identitari. 

E allora Butcher è l’alternativa, dalla prima puntata della serie. Non c’è via mediana, non c’è compromesso possibile con una struttura che si riproduce indipendentemente da chi la occupa. “È il concetto stesso di supereroe che deve smettere di esistere”, nella torre Vought, nel salone dal quale Patriota stesso osservava New York, poco prima di essere ucciso da Hughie. Non è un caso il richiamo al folle supereroe che Butcher ha appena sconfitto dopo anni di lotta impari e vita clandestina. Il messaggio che The Boys insinua costantemente e con grande successo è che non ci sia grande differenza tra i due, che entrambi siano guidati da rabbia cieca, da vendetta. Eppure uno lotta per liberare il mondo da un pericolo strutturale, l’altro per dominarlo incarnando quel pericolo nella sua forma più pura. La semplificazione è evidente. Entrambi hanno fatto del male, quindi entrambi sono il male. 

Butcher ci viene mostrato gratuitamente mentre uccide il padre, un uomo violento e alcolizzato che aveva spinto al suicidio il fratello, si riesuma addirittura una figura immaginaria dal suo passato, Joe Kessler, per raccontarci di tutte le nefandezze di cui il vecchio Billy si è macchiato nella sua vita. Poco male se, qualsiasi sia stata la causa scatenante, la lotta è lotta per salvare milioni di persone, per sovvertire un sistema ingiusto di potere e dominanza. Non c’è redenzione possibile, rimane il gesto eternato, quello che ha fatto male a qualcuno o qualcosa in qualche momento, così come per le figure che il pensiero mainstream vuole redimere si sottolineano costantemente le più banali opere pie. Come se ogni uomo non fosse destinato a compiere il bene e il male nella propria vita. 

C’è un’eternizzazione di convenienza, una purulenta minaccia escatologica. Il bene e il male compiuti vengono scelti in base alle necessità e gonfiati, istanti espansi all’infinito. Un infinito che non è quello dell’eternità del sentimento, del personale viaggio umano, ma che diventa etichettatura, inevitabile, non modificabile. Questa, che è una concezione cattolica (nel senso ecclesiastico), è diventata un tale meccanismo infallibile nella proliferazione del sistema da soppiantare completamente il concetto cristiano di perdono e redenzione. 

La redenzione, in quanto crepa temporale in un sistema che reitera solennemente il presente, non è accettabile. Implica il divenire, il futuro, l’inclassificabile. “Butcher voleva morire”,  vogliono farci pensare. “Ha chiamato Hugie per essere ucciso”, per sottrarsi alla lotta e restare nel recinto del cimitero, nella bara affianco alla moglie.

Mi viene in mente Giovanni Paolo II che a Managua catechizza brutalmente il sacerdote sandinista Ernesto Cardenal, che zittisce rabbioso la folla che intona canti rivoluzionari. 

Non è spaventoso, anzi, è piuttosto scontato che una serie prodotta da Amazon si faccia latrice del messaggio mainstream per antonomasia, ma è terrificante come tale messaggio si accetti senza reazione, in ogni aspetto della nostra vita sociale ed economica. Anche nella vergognosa rilettura della storia. Hughie e il suo negozio di audiovisivi sono il bene. E il bene è innocuo. Una poltiglia tiepida, il vero splatter di cui quotidianamente ci nutrono.